locandina sap

Il Centro SocialMente di Lanciano gestisce uno Sportello d’Ascolto presso l’Istituto Alberghiero di Villa Santa Maria (Ch) nell’ambito di un’iniziativa sperimentale denominata “Incontrando l’altro trovo me”.

di Davide Di Ienno*

Un articolo comparso alcuni mesi fa su un quotidiano nazionale ha attirato la mia attenzione e quella, immagino, di pochi altri attratti dalle pratiche mediative in ambito sociale e penale. Un giovane magistrato Presidente del Tribunale dei Minori di Bologna ha proposto ad una ragazzina ed al gruppetto di sue coetanee accusate di atti di bullismo nei suoi confronti, al momento di dover esprimere il parere, di “andare tutti quanti a cena”.
Certamente un tipo insolito di mediazione penale, ma perfettamente in linea con lo spirito di un modello di giustizia più attento alle conseguenze che può avere sui minori e sulle vittime di reato l’ingresso nel circuito della giustizia penale. La domanda che mi pongo, come operatore sociale, ma anche come cittadino è: potenzialmente quale diffusione può avere questo modello di giustizia riparativa nel nostro ordinamento o,  più in generale, nelle pratiche di lotta alla devianza minorile nel nostro Paese? E quale legame è possibile tra il mancato recepimento da parte della società di forme di diversion in ambito giuridico e l’aumento della devianza minorile? La risposta alla prima domanda è relativamente semplice. Basta, infatti, documentarsi sullo stato dell’arte e constatare che in Italia le esperienze di mediazione penale minorile hanno uno sviluppo eterogeneo sul territorio nazionale e significative difficoltà di stabilizzazione, a fronte di un elevato livello di professionalità degli operatori e di volontà di “normalizzare” la mediazione penale nel nostro sistema di Giustizia minorile. Quest’ultimo, per altro, notevolmente all’avanguardia nella tutela del minore autore di reato sia nella fase trattamentale che in quella processuale.
Le Regioni d’Italia nelle quali si sono svolte esperienze di mediazione penale minorile sono 15 e tra queste non vi è l’Abruzzo. In generale il quadro è quello di una situazione che stenta a decollare proprio per quella che sembra essere una difficoltà di matrice culturale. Perché certamente è questo il punto di partenza per la diffusione ad ampio spettro di tali iniziative e per veder compiuto il passaggio dalla semplice sperimentazione alla prassi consolidata. La mediazione ha bisogno di penetrare nel tessuto sociale  –  magari in taluni casi uscendo dal ristretto contesto in cui è relegata – attraverso progetti che ne promuovano la diffusione, nella scuola, nella società, nei luoghi privilegiati in cui circolano le idee e si diffondono le iniziative culturali, con l’aiuto, auspicabile, delle realtà organizzative, delle associazioni e cooperative sociali che operano a stretto contatto con le persone nella lotta al disagio e nella gestione dei servizi, e che spesso sono il punto di riferimento di interi quartieri, distretti cittadini e piccole comunità. Naturalmente non guasterebbe neanche un maggior interessamento da parte di Regioni, Province e Comuni, protagonisti in fase di costruzione dei protocolli e amministrazione dei Centri. Nella nostra Regione ho potuto toccare con mano il problema. Certamente non posso dire di aver riscontrato indifferenza rispetto al tema della mediazione. Del resto, chi minimamente impegnato in ambito sociale o giuridico può dirsi indifferente alla mediazione quale strumento alternativo di risoluzione dei conflitti? Ma ho constatato la mancanza di volontà nel sostenere fattivamente iniziative progettuali e sperimentazioni, ancorché gratuite, di pratiche mediative in ambito penale minorile. C’era, invece, da aspettarsi un “atteggiamento” diverso, magari non un acceso entusiasmo, ma un buon grado di interesse per tali progetti quello sì. Progetti la cui importanza è descritta dai dati, dalla letteratura sull’argomento e dalle esperienze realizzate in altre Regioni d’Italia e in altri Paesi. Per non parlare dell’avallo da parte dei numerosi riferimenti normativi in ambito europeo (Regole Minime di Pechino del 1985; C
onvenzione sui diritti del fanciullo del 1989;  Raccomandazione R (87) del consiglio dei d’Europa; Raccomandazione (92) 16 del Consiglio D’Europa; Raccomandazione (99) 19 del Consiglio D’Europa; Dichiarazione dei Principi Base  sull’uso dei Programmi di Giustizia Riparativa nell’ambito penale del 2002; Decisione Quadro n. 2001/220/GAI del Consiglio dell’Unione Europea; Raccomandazione – REC (2003) 20 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa; Dichiarazione dell’Undicesimo Congresso delle Nazioni Unite del 2005; Linee Guida del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 2010) e nazionale (il DPR 448/1988 contiene espliciti riferimenti alla procedure di mediazione penale nell’ambito del processo penale minorile). L’atteggiamento dominante, invece, è stato di rassegnazione. Una mesta e disarmante rassegnazione proveniente dagli stessi uffici che, in altre e non poche occasioni pubbliche, hanno valorizzato e promosso le pratiche di diversion e la mediazione in particolare. Ecco, un atteggiamento diverso avrebbe forse risposto al secondo quesito: avrebbe significato che la possibilità di mettere a sistema una pratica che ha lo scopo principale di allontanare i minori autori di reato dalle aule di giustizia del circuito penale, avrebbe rappresentato il punto di partenza per un cambiamento culturale che ha alla base l’idea di poter gestire le dispute con gli strumenti della mediazione e della comunicazione, con gli strumenti che valorizzano gli aspetti positivi latenti all’interno di una relazione problematica ed avrebbe posto le basi per la costruzione di percorsi alternativi nel trattamento della devianza minorile, sia in termini di prevenzione che di evitamento della recidiva. In questo senso un contributo importante potrebbe derivare dalla collaborazione dei Centri per la Giustizia Minorile con le comunità e le strutture di accoglienza, una sinergia utile nella gestione ma anche nello “smaltimento” di quei casi per i quali è possibile intraprendere percorsi diversi dall’istituzionalizzazione. Strutture di accoglienza che possono, altresì, diventare esse stesse centri per la mediazione e/o “strumento” di mediazione tra l’autore del reato e la società. Naturalmente l’ostacolo del conflitto di interesse andrebbe necessariamente superato  con l’ausilio di un codice etico e l’adozione di procedure di monitoraggio, valutazione e supervisione a garanzia della terzietà dell’organo di mediazione.
Rispondere alla seconda domanda è comunque molto difficile, ma non si può certo negare che un legame tra l’inesistenza di modelli basati sulla gestione alternativa dei conflitti all’interno della società e la diffusione dei fenomeni di devianza esista. La mancata applicazione di pratiche mediative in ambito minorile rappresenta innanzitutto l’eliminazione di un utile tassello dal “grande” mosaico della prevenzione. Attualmente, fatta esclusione per alcuni progetti isolati messi in atto da alcune amministrazioni talvolta in partenariato con enti no profit o iniziative promosse da gruppi autorganizzati di giovani attivi sul piano politico e sociale, salta agli occhi il vuoto incredibile di azioni di sistema che vadano in quella direzione.
Ci sono i presupposti per ritenere la “dimensione del mediare” come un carattere connaturato all’uomo come animale sociale, esattamente come il “conflitto”. Sta, quindi, ai sistemi di regolazione adottare i modelli di intervento più efficaci sulla scorta delle sperimentazioni, che vanno sempre auspicate e promosse, allo scopo di ridurre i fenomeni di devianza e scongiurare potenziali scuciture dei legami sociali.

 

*Sociologo, educatore, mediatore penale minorile

Lanciano, 03/12/2016

Li chiamano MSNA, un acronimo che sta per “minori stranieri non accompagnati”, quattro lettere per racchiudere una vita intera, quattro lettere per definire, in una sintesi impietosa, l’esperienza tragica dei ragazzi che emigrano. Sei giovane, magari hai 10 o 12 anni. Un giorno tuo padre, se fortunatamente ancora ce l’hai, ti prende in disparte, mentre tua madre è in un angolo ad immaginare tra le lacrime tutto il futuro di quell’ultimo figlio dal quale si staccherà forse per sempre. Lui ti dice che devi andare via. Oramai ha venduto tutto, cioè la vostra casa, per avere i soldi necessari a pagare il viaggio. Come i tuoi fratelli prima di te, te ne devi andare, devi lasciare quel che resta della tua famiglia, le tue povere cose, gli amici e partire, andare via. Ma cos’è “via”? Dov’è? Questo non è dato saperlo, o almeno non è dato conoscere i dettagli, perché non è una vacanza, ma un viaggio. Sai che devi andare pressappoco in quella direzione, magari con il passaggio di un amico di famiglia o, peggio, di uno sconosciuto e raggiungere un imbarco, una stazione o semplicemente sai che devi iniziare a camminare. Non sai niente, ma proprio niente. Non immagini nemmeno lontanamente quello che vedrai o che patirai. Forse hai sentito i racconti di qualcuno che è tornato o che si è messo in contatto con la famiglia e gli amici – internet può arrivare nel villaggio più sperduto, persino più facimente dell’acqua – però pensi che in fondo non è detto che quelle cose, quelle brutte cose che hai sentito possano capitare anche a te. Così, tra paure e speranza, inizi la tua straordinaria ma tragica avventura, in barba a tutti i libri di fiabe per bambini del cosiddetto “primo mondo”.
Quando A. arriva magari qui in Italia, dopo essere stato un pezzo di carne stipato in qualche container o magazzino, con l’orrore davanti agli occhi, diventa immediatamente un MSNA. Nemmeno un numero, che pure avrebbe una sua dignità storica e funzionale, ma una sigla impronunciabile e impersonale. Entra di diritto nel sistema rigido e zoppicante della burocrazia “italica”, in cui può pure succedere che se non si riesce a sbrigare una pratica in un determinato ente pubblico, basta recarsi nello stesso ente ma in un’altra città o addirittura in un altro quartiere per sbloccare l’intoppo (provare a interrogarsi sul perché diventa un arrovellante enigma filosofico che fa impazzire). Come se non bastasse A. viene catapultato in un mercato selvaggio di organizzazioni pubbliche, private, con e senza scopo di lucro, rimbalzato tra una miriade di competenze territoriali, assistenti sociali pubblici e privati. La sua esistenza è ridotta ad una retta di poche decine di euro, gran parte dei quali finiscono nelle casse di ignobili speculatori.
In quel sistema è sancito che per i “minori fuori famiglia”, non stranieri, alle comunità che li accolgono spetta una retta decisamente superiore, il doppio o addirittura il triplo, perché giustamente le risorse professionali messe a disposizione per l’attuazione dei percorsi socio-educativi dei ragazzi sono molte e di livello elevato.
A. con la sua infanzia lacerata, non merita l’attenzione di uno psicologo, non merita il sostegno di un mediatore che lo aiuti a gestire l’impatto con la società e la cultura di accoglienza, non merita un insegnante che lo aiuti ad apprendere la lingua, che forse è il passaggio più immediato per iniziare un processo di integrazione, e figuriamoci se meriterebbe di frequentare una qualche attività ricreativa o ludica o sportiva. In fondo, fino a qualche mese fa A. era solo un pezzo di carne, in mezzo ad altri straccioni, variopinti pezzi di carne ammassati dietro una recinzione o un cancello o un muro o un magazzino. E puzzava. Una puzza che può restare addosso per sempre. E si sa, non si amano molto le cose che puzzano e le persone poi, quando puzzano, diventano come delle cose. Perciò quei quattro soldi per A. sono più che sufficienti.
Quelli che le toccano ogni giorno queste storie – perché le persone sono le loro storie e le persone si possono toccare – sentono una fitta allo stomaco quando si imbattono nelle passerelle social-mediatiche autocelebrative di politici e amministratori invitati a seminari, convegni, aggiornamenti, magari di qualche categoria più interessata a racimolare crediti formativi che a formarsi veramente.
Personalmente non mi piacete. Non mi piacerete finché non cambierete tono. Finché anziché ostentare i vostri presunti meriti, anziché avocare a voi stessi ogni diritto di cura e intervento sociale escludendo tutti gli altri, anziché sentirvi feudatari plenipotenziari, non inizierete ad abbassare i ponti levatoi, ad occuparvi delle “storie” con l’aiuto di coloro che le toccano ogni giorno, una moltitudine di professionisti dell’educazione, del sociale, della cura e portatori di un sapere obbligato a divenire autoreferenziale e magari li sottrarrete alla loro cronica solitudine.

Davide Di Ienno