Lanciano, 03/12/2016

Li chiamano MSNA, un acronimo che sta per “minori stranieri non accompagnati”, quattro lettere per racchiudere una vita intera, quattro lettere per definire, in una sintesi impietosa, l’esperienza tragica dei ragazzi che emigrano. Sei giovane, magari hai 10 o 12 anni. Un giorno tuo padre, se fortunatamente ancora ce l’hai, ti prende in disparte, mentre tua madre è in un angolo ad immaginare tra le lacrime tutto il futuro di quell’ultimo figlio dal quale si staccherà forse per sempre. Lui ti dice che devi andare via. Oramai ha venduto tutto, cioè la vostra casa, per avere i soldi necessari a pagare il viaggio. Come i tuoi fratelli prima di te, te ne devi andare, devi lasciare quel che resta della tua famiglia, le tue povere cose, gli amici e partire, andare via. Ma cos’è “via”? Dov’è? Questo non è dato saperlo, o almeno non è dato conoscere i dettagli, perché non è una vacanza, ma un viaggio. Sai che devi andare pressappoco in quella direzione, magari con il passaggio di un amico di famiglia o, peggio, di uno sconosciuto e raggiungere un imbarco, una stazione o semplicemente sai che devi iniziare a camminare. Non sai niente, ma proprio niente. Non immagini nemmeno lontanamente quello che vedrai o che patirai. Forse hai sentito i racconti di qualcuno che è tornato o che si è messo in contatto con la famiglia e gli amici – internet può arrivare nel villaggio più sperduto, persino più facimente dell’acqua – però pensi che in fondo non è detto che quelle cose, quelle brutte cose che hai sentito possano capitare anche a te. Così, tra paure e speranza, inizi la tua straordinaria ma tragica avventura, in barba a tutti i libri di fiabe per bambini del cosiddetto “primo mondo”.
Quando A. arriva magari qui in Italia, dopo essere stato un pezzo di carne stipato in qualche container o magazzino, con l’orrore davanti agli occhi, diventa immediatamente un MSNA. Nemmeno un numero, che pure avrebbe una sua dignità storica e funzionale, ma una sigla impronunciabile e impersonale. Entra di diritto nel sistema rigido e zoppicante della burocrazia “italica”, in cui può pure succedere che se non si riesce a sbrigare una pratica in un determinato ente pubblico, basta recarsi nello stesso ente ma in un’altra città o addirittura in un altro quartiere per sbloccare l’intoppo (provare a interrogarsi sul perché diventa un arrovellante enigma filosofico che fa impazzire). Come se non bastasse A. viene catapultato in un mercato selvaggio di organizzazioni pubbliche, private, con e senza scopo di lucro, rimbalzato tra una miriade di competenze territoriali, assistenti sociali pubblici e privati. La sua esistenza è ridotta ad una retta di poche decine di euro, gran parte dei quali finiscono nelle casse di ignobili speculatori.
In quel sistema è sancito che per i “minori fuori famiglia”, non stranieri, alle comunità che li accolgono spetta una retta decisamente superiore, il doppio o addirittura il triplo, perché giustamente le risorse professionali messe a disposizione per l’attuazione dei percorsi socio-educativi dei ragazzi sono molte e di livello elevato.
A. con la sua infanzia lacerata, non merita l’attenzione di uno psicologo, non merita il sostegno di un mediatore che lo aiuti a gestire l’impatto con la società e la cultura di accoglienza, non merita un insegnante che lo aiuti ad apprendere la lingua, che forse è il passaggio più immediato per iniziare un processo di integrazione, e figuriamoci se meriterebbe di frequentare una qualche attività ricreativa o ludica o sportiva. In fondo, fino a qualche mese fa A. era solo un pezzo di carne, in mezzo ad altri straccioni, variopinti pezzi di carne ammassati dietro una recinzione o un cancello o un muro o un magazzino. E puzzava. Una puzza che può restare addosso per sempre. E si sa, non si amano molto le cose che puzzano e le persone poi, quando puzzano, diventano come delle cose. Perciò quei quattro soldi per A. sono più che sufficienti.
Quelli che le toccano ogni giorno queste storie – perché le persone sono le loro storie e le persone si possono toccare – sentono una fitta allo stomaco quando si imbattono nelle passerelle social-mediatiche autocelebrative di politici e amministratori invitati a seminari, convegni, aggiornamenti, magari di qualche categoria più interessata a racimolare crediti formativi che a formarsi veramente.
Personalmente non mi piacete. Non mi piacerete finché non cambierete tono. Finché anziché ostentare i vostri presunti meriti, anziché avocare a voi stessi ogni diritto di cura e intervento sociale escludendo tutti gli altri, anziché sentirvi feudatari plenipotenziari, non inizierete ad abbassare i ponti levatoi, ad occuparvi delle “storie” con l’aiuto di coloro che le toccano ogni giorno, una moltitudine di professionisti dell’educazione, del sociale, della cura e portatori di un sapere obbligato a divenire autoreferenziale e magari li sottrarrete alla loro cronica solitudine.

Davide Di Ienno